I presupposti della cooperazione nel delitto colposo, con riferimento alla figura del capo-reparto

Cassazione, sez. IV pen., 17 settembre 2019 (ud. 15.2.19) n. 38380

(rif.norm.: art. 113 cod. pen.)

In tema di prevenzione di incidenti in cui possono essere coinvolti i lavoratori, il capo-reparto ed il capo-cantiere, le cui posizioni sono assimilabili, sono destinatari dell’obbligo di vigilare sulla corretta applicazione delle norme antinfortunistiche e delle regole di comune prudenza, sicché, ad esempio,il capo reparto è personalmente tenuto a far adottare ai dipendenti del suo reparto i necessari mezzi di protezione personale, adeguati ai tipo di lavoro che devono compiere, svolgendo, a tal fine, specifica attività di vigilanza e di controllo. Non si possono invece addebitare a tali figure conseguenze di generali scelte economiche e tecniche riconducibili ai vertici di un’azienda di grandi dimensioni, posto che sulle stesse dette figure non potrebbero mai influire.Nella specie, nei confronti di un capo reparto dell’ILVA era stata elevata una contestazione, per infortunio occorso ai dipendenti, collegata, nella sostanza, a tre elementi di fatto: 1) la mancata perfetta bonifica preventiva con azoto; 2) la mancata chiusura dell’altoforno; 3) la mancata predisposizione di rapide via di fuga. La contestazione, ritenuta infondata dalla Corte,derivava dall’errato ricorso all’istituto della cooperazione nel delitto colposo. La cooperazione del delitto colposo rilevante ex art. 113 cod. pen si verifica quando più persone pongono in essere una autonoma condotta, nella reciproca consapevolezza di contribuire con l’azione od omissione altrui alla produzione dell’evento non voluto. Ai fini del riconoscimento della cooperazione nei reato colposo non è necessaria la consapevolezza della natura colposa dell’altrui condotta, né la conoscenza dell’identità delle persone che cooperano, ma è sufficiente la coscienza dell’altrui partecipazione nello stesso reato, intesa come consapevolezza del coinvolgimento di altri soggetti in una determinata attività, fermo restando che la condotta cooperativa dell’agente deve, in ogni caso, fornire un contributo causale giuridicamente apprezzabile alla realizzazione dell’evento, non voluto da parte dei soggetti tenuti al rispetto delle norme cautelari.Facendo applicazione di tale principio al caso di specie, la Corte ha giudicato insussistenti i caratteri propri della cooperazione colposa. Infatti, non è emersa una finalità condivisa dell’agire tra i vari livelli di responsabilità rivestiti, né un intreccio cooperativo tra gli imputati che potesse coinvolgere il capo-reparto e nemmeno una convergenza dei rispettivi contributi all’incedere di una comune procedura in corso. Non vi era, in definitiva, un comune coinvolgimento nella gestione del rischio, registrandosi, al contrario, un evento finale luttuoso fruttodella coincidenza di più azioni od omissioni riconducibili ad altri coimputati, scisse però da qualsiasi vincolo soggettivo rispetto alla posizione del capo-reparto.Allo stesso risultato assolutorio si sarebbe poi giunti, in ogni caso, prendendo le mosse dalla sussistenza di una posizione di garanzia in capo al capo-reparto, in quanto le condotte causative della morte esulavano dalla possibilità di intervento di tale figura. Infatti, “in tema di reati colposi, l’agente non può rispondere dei verificarsi dell’evento se, pur titolare di una posizione di garanzia, non disponga dei necessari poteri impeditivi degli eventi dannosi” (così Cass., sez. IV, n. 17491 del 29/03/2019).

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