Il preposto e la responsabilità per il formarsi di una prassi illecita

Cassazione, sez. IV pen., 13 gennaio 2021 n. 1096 (ud. 8.10.2020)

(rif.norm: art. 19 d.lgs. n.81/08)

La veste di “preposto di fatto” non costituisce di per sè prova nè della conoscenza nè della conoscibilità, da parte di questa figura, di prassi comportamentali, più o meno ricorrenti, contrarie alle disposizioni in materia antinfortunistica. E’ pur vero che il preposto è soggetto agli obblighi di cui all’art.19 del d.lgs. n. 81 del 2008,  ma un’eventuale condotta omissiva al riguardo non può essergli ascritta laddove non si abbia la certezza che egli fosse a conoscenza della prassi elusiva o che l’avesse colposamente ignorata. Tale certezza può, in alcuni casi, inferirsi da considerazioni di natura logica, laddove, ad esempio, possa ritenersi che la prassi elusiva costituisca univocamente frutto di una scelta aziendale, finalizzata, in ipotesi, ad una maggiore produttività. Ma quando non vi siano elementi di carattere logico per dedurre la conoscenza o la conoscibilità di prassi aziendali incaute da parte del garante – che, per giunta, nel caso in cui si tratti di preposto non vanta uno specifico interesse al riguardo – è necessaria l’acquisizione di elementi probatori certi ed oggettivi che dimostrino tale conoscenza o conoscibilità. Diversamente opinando, si porrebbe in capo alla figura che riveste una posizione di garanzia una inaccettabile responsabilità penale “di posizione”, tale da sconfinare nella responsabilità oggettiva, vietata dal nostro ordinamento.

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