Infortunio del lavoratore in “ambiente confinato”

Cassazione, sez. IV pen., 14 marzo 2022 (ud. 12.11.21) n. 8423

La sentenza della Suprema Corte prende le mosse dall’infortunio mortale accorso ad un lavoratore in un ambiente confinato.

Nello specifico, il lavoratore, mentre si trovava nella parte alta del macchinario riscaldatore d’aria, a causa di un malore dovuto all’assenza di aria, precipitava a terra dall’altezza di due metri, morendo qualche settimana dopo.

Dalle risultanze probatorie era emerso che il lavoratore, durante l’espletamento di detta attività lavorativa, non era munito dei necessari DPI, né di una specifica formazione né, tantomeno, di una valutazione medica di idoneità a lavorare in ambienti confinati.

Nei primi due gradi di giudizio veniva condannato per il reato di omicidio colposo con violazione della normativa antinfortunistica il capocantiere, il quale proponeva ricorso alla Corte di Cassazione chiedendo l’annullamento della sentenza sulla base del principio di effettività, di cui all’art. 299 D.lgs. 81/2008, evidenziando, al contempo, che, al verificarsi dell’infortunio, egli non era momentaneamente presente nel cantiere ma era stato, di fatto, sostituito dal capo squadra che possedeva le sue stesse competenze e che nell’organigramma e nel P.O.S. del cantiere era indicato anche come “preposto”.

Ai fini della nostra analisi risultano utili alcuni richiami normativi:

  • 299 D.lgs. 81/2008 secondo cui “Le posizioni di garanzia relative ai soggetti di cui all’articolo 2, comma 1, lettere b), d) ed e), gravano altresì su colui il quale, pur sprovvisto di regolare investitura, eserciti in concreto i poteri giuridici riferiti a ciascuno dei soggetti ivi definiti”
  • 2, comma 1 lett. b), d) ed e) che, per chiarezza espositiva, richiamano le definizioni di datore di lavoro, dirigente e preposto.

La Suprema Corte conferma il ragionamento dei giudici di merito, rigettando il ricorso presentato dal capo cantiere.

In particolare, viene confermata l’inapplicabilità del principio di effettività sancito dall’art. 299 D.lgs. 81/2008 al caso de quo poiché “l’assenza rilevante ai fini del subentro del vice-preposto sarebbe soltanto quella derivante da congedo o da ferie o comunque di durata significativa, come in casi di malattia o altro, mentre sarebbe irrilevante quella momentanea (..)”.

Conseguentemente, i Giudici della Suprema Corte confermano il mancato controllo da parte dell’imputato, nella sua veste di capo cantiere, dell’idoneità e della preparazione del lavoratore a svolgere attività in ambienti confinati oltre che del possesso da parte del medesimo dei necessari mezzi di protezione individuale (mascherina con filtro specifico e cintura di sicurezza ancorata a punto fisso). Da ultimo, sul punto, la Corte specifica che i dispositivi di sicurezza erano stati sì forniti ai lavoratori dal capo squadra ma che quest’ultimo non aveva ricevuto dal capo cantiere alcuna direttiva relativa alla verifica dello stato dei luoghi prima dell’inizio dell’attività lavorativa, così come previsto dalla legge e dallo stesso P.O.S., considerato che il capo squadra era sì un “ulteriore preposto ma subordinato al capo cantiere”.

Il testo integrale della sentenza è consultabile cliccando sul seguente link.

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